Per il piacere di molte persone, oggi mi hanno assassinato! (Virtualmente però

)
Dovete trovare il colpevole... ci riuscirete?
(E' un utente del sito/forum)Le vostre ipotesi mettetele qui!
Primi indizi...Nell'ora in cui stavo uscendo di casa, ricevetti una telefonata da una persona che conoscevo. Chiamava da un telefono pubblico a quanto pare, e mi parlava con tono intimidatorio, quasi cercasse di volermi fare qualcosa. Io stavo aprendo la porta, ed all'improvviso mi trovai davanti quella persona: era chiaro che voleva parlarne di persona della faccenda, e mi costrinse a rientrare in casa. Tirò fuori quelle carte da gioco, e poi mi disse di sedermi, urlandomi in faccia "Brutta merda, adesso ti faccio vedere io!". Aveva quel sorriso strano, sembrava avesse intenzioni buone però... era strano come atteggiamento.
Avevo qualche dubbio su questa persona, già da un po' di tempo. Poi si era vestito/a con quel completo nero (smoking), con quella camicia bianca e e si non voleva togliere quei occhiali neri.
Non disse il motivo per cui era venuto/a, e questo mi fece pensare che ci fosse qualcosa di più losco. Ero lì come un'imbecille seduto su quella poltrona, la mia poltrona, mentre lui/lei era a riflettere sulla faccenda. A tutt'un tratto tirò fuori una mappa, quella della città. Mi indicò dei punti che conoscevo bene: non c'è posto che non conosca!
Sì erano quelli i posti. I posti che mi aveva indicato, ne ero certo e sicuro. Feci delle osservazioni su di lei/lui: era alto/a 1 metro e 65 all'incirca.
Aveva dei capelli castani, abbastanza lunghi... forse non se li tagliava da mesi, forse anche per bellezza. Mi disse una cosa, e poi mi fece di nuovo la domanda che continuava a farmi da quando era entrato/a in casa mia. Io gli/le risposi di nuovo: "No, non sono originali!". Lui/Lei sembrava aver creduto alle mie parole, ed infatti era la verità.
Dietro la porta c'erano i suoi scagnozzi, pronti con le pistole, penso, dato che non li ho visti bene. Loro parlottavano in inglese, lui/lei parlava correttamente italiano ed inglese e dal suo aspetto penso che sia italiano/a.
Dopo avermi dato un bigliettino con sopra un numero ed un nuovo cellulare, mi chiese di telefonargli/le appena avevo qualche notizia in più.
E per notizia in più, voleva quelle informazioni. Si tolse quegli occhiali da sole neri. Voleva che io che lo/la guardassi negli occhi, oltre che in faccia, e disse “Fa’ attenzione!”, e mi dette un colpo sulla spalla. Disse ai suoi scagnozzi che era tutto a posto e questi si dileguarono. Vidi che erano vestiti come della gente comune.
Mi dette appuntamento a quel ristorante famoso della cinquantesima strada, quello di cui vado pazzo. Il giorno dopo, il mio giorno di riposo settimanale, uno dei miei giorni di riposo mensili. Si vedeva che mi conosceva bene.
Si girò e si rimise i suoi occhiali neri. Attraversò il corridoio. Chiuse la porta. Scese le scale. Andò via per la settantesima strada. Si fermò al semaforo: vide che lo/la stavo osservando. Io mi ritirai dalla finestra che su quella strada. Si dileguò.
Le OriginiEravamo come due fratelli/fratello e sorella. Ma io so già per certo che probabilmente stia facendo qualcosa di losco, programmando qualcosa più grande di me, alla ricerca del codice segreto. Era riuscito/a a fare una copia perfetta del mio lavoro. Peccato che quando l’abbia creato aveva delle piccole pecche che neanche io mi sarei reso conto che ci fossero. Difatti non funzionava.
Erano quasi identici, ma solo quello originale funzionava, le copie invece no. Solo quello che ha programmato tutto, dal principio sino alla fine, ovvero io, riusciva a capire gli originali da quelli copiati. Nel codice segreto i numeri vengono registrati in base a delle specifiche particolari, invece la parte letterale rimane uguale. Nessuna macchina è in grado di evidenziare la differenza e quando si registrano non si ha il tempo di guardare.
In effetti l’originale funziona solo con l’originale, le copie solo con le loro rispettive copie. Ad ogni macchina il suo codice. Io possedevo ancora la macchina originale.
Oltre duecento, esattamente 248, erano le copie che erano state create. Ma io sapevo bene chi aveva l’originale. E chi aveva le copie. Tutte le duecentoquarantotto copie, erano sparse in tutto il mondo.
Ad esser sinceri penso che che costui se lo tenga bene per il mio bene e per il suo soprattutto.
La macchina funzionava solo con quel codice. Nessun altro codice funzionava.
Purtroppo la macchina ero io.
Non è bello sentirsi dire da qualcuno che lui ti conosce quando non ti conosce affatto. Però quel qualcuno ha ragione, ti conosce. Ma sei tu che non lo conosci. Perché lui ha conosciuto l’altro te.
Io intanto stavo riflettendo. Dovevo uscire quella sera. Si era già fatto buio. Già quella sera. Lo dovevo incontrare. Lui. Lui aveva la chiave della soluzione.
Non potevo infatti essere sottoposto a nessun esame del sangue, niente, niente operazioni.
Era troppo facile scovarmi.
Mi ero preparato per quella cena di galà. Sicuro di trovare lui. Erano le 7 passate, ed io ero lì a riflettere da un’ora, dopo che lei se ne era andata con suoi scagnozzi. Dovevo uscire un’ora fa, che ci faccio ancora qui?
Un galà tra i fuochiSembrava che volesse piovere quella sera. E ci mancava pure il temporale. Salii sulla mia Mercedes GLK che comprai qualche anno fa. Fuori un auto normalissima, dentro un bolide. Pensavo di andarci in metro, ma è pure sempre una cena di galà. Meglio arrivarci in macchina.
Il sindaco di questa città voleva farsi ancora più notorietà organizzando una festicciola tra combricole e famiglie dell’alta classe. Voleva che lo votassero. Ma le cose andarono diversamente.
Nessuno in questa città sospettava qualcosa. Nemmeno il sindaco. Già il sindaco. Una donna dai mille volti. Una donna che si era fatta amici tutti i giornalisti locali e delle riviste di gossip.
Comunque è meglio lasciare stare.
Ero arrivato alla mia destinazione. La Shepherd House, sulla quarantottesima strada. La via della “Belle vie”, la strada dello shopping, un viale che ti affascina, che ti emoziona, ma alla fin fine rimane un lungolago pieno di fiori in stile ottocentesco e quasi nient’altro. Per lo meno non c’erano mendicanti.
Sceso dal mio bolide, migliaia di fotografi scatenati a seguito di intervistatori mi si aggrapparono a raffica. Sembrava che fosse passato Dio. Oltretutto erano in 98 i bodyguard, li avevo contati.
Il grande portone mi veniva aperto. Stavo entrando in una svolta storica.
Chiunque entrava lì ci stava entrando. Il fumo non era un optional, quando sono entrato venni cosparso da una coltre di puzza di fumo, oltre che da saluti da tutti quanti mi conoscevano.
Notai subito, con smoking nero, camicia bianca e cravattino nero lui, quello che stava fumando dei finti sigari cubani, finti perché lui non fuma. Non so cosa ci fosse dentro quei sigari.
Lo salutai, lui si alzò e con uno strano sorriso mi salutò pure lui. E mi dette un colpo sulla spalla.
Si faceva chiamare James, James Bond.
[continua]